Giovane Lan Zhan "L'allodola del mattino" - FanArt Mo Dao Zu Shi
Illustrazione fan art di di un giovane Lan Zhan alle prese con un'irriverente allodola del mattinoIllustrazione fan art di di un giovane Lan Zhan alle prese con un’irriverente allodola del mattino, che ha ispirato una fanfiction di Roberta Arrigoni-Valentine
Fanfiction "L'ALLODOLA DEL MATTINO" di Roberta Arrigoni-Valentine
Un’illustrazione nata da un sogno durante un piccolo riposo pomeridiano.
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L’ALLODOLA DEL MATTINO
Nel cuore della montagna dei Meandri della Nuvola, dove la nebbia scivolava tra i pini e si raccoglieva tra le rocce come un velo freddo e sottile, Lan Zhan era immerso nella pratica solitaria.
La Camera Silenziosa, la più remota tra le stanze private del Clan Lan di Gusu, era asciutta, spoglia, e quieta al punto che perfino il respiro sembrava fare troppo rumore.
Le pareti bianche, intagliate con sottili linee di giada, risuonavano del silenzio di chi aveva praticato prima di lui, nei secoli.
Il pavimento era liscio e freddo sotto le sue dita, una superficie di pietra levigata che rifletteva appena l’ultimo chiarore del giorno.
Al centro della stanza, una stuoia di bambù srotolata per la meditazione, con un cuscino basso dal bordo ricamato.
Lì, ogni giorno, Lan Zhan sedeva in silenzio, assorto nei suoi esercizi spirituali.
Nessuna distrazione, nessuna parola.
Solo il respiro, lento e regolare, e l’eco vuota della solitudine.
Tutto parlava di disciplina, purezza, perfezione.
Ma lui — un adolescente appena sbocciato nella primavera dell’età — si sentiva tutto fuorché perfetto.
Seduto in ginocchio, i lunghi capelli scivolavano sulle spalle come seta nera, raccolti in alto dal nastro del clan. Il viso pallido, delicato e scolpito come porcellana celeste, era attraversato da una piega leggera tra le sopracciglia.
La scocciatura della solitudine.
La meditazione si spezzava spesso in quei giorni. Pensieri selvatici, come venti di tempesta, lo distraevano.
Che cosa si prova ad avere un amico? Uno che ti chiami per nome, che ti venga a cercare non per dovere ma per affetto. Che ti proponga di infrangere una regola, anche solo per ridere assieme.
Lan Zhan abbassò lo sguardo sulle sue mani. Bianche, curate, salde. Ma vuote delle strette di mano allegre e complici.
“Il dovere prima di tutto,” diceva lo zio. “La coltivazione è la strada verso la perfezione.” Ma qual era lo scopo della perfezione, se comportava un vuoto così grande?
Lan Zhan osservava in silenzio la porzione di cielo che la finestra gli lasciava vedere, lo sguardo perso in un punto indefinito oltre l’orizzonte. Il sole stava tramontando, tingendo di rosa e oro i tetti dei Meandri della Nuvola.
Ogni giorno quell’astro moriva solo, per rinascere altrettanto solo.
Proprio come lui.
Accidenti, non avrebbe dovuto permettersi quella distrazione. Era in coltivazione solitaria da settimane, come da precetti del Clan Lan. Lo zio Lan Qiren ne supervisionava i progressi con la severità di chi non ammette sbagli.
Il fratello maggiore, Lan Xichen, pareva invece destinato naturalmente alla leadership, sempre sorridente, sempre amabile, sempre perfetto.
Lui… no.
Si sentiva solo. Immensamente solo.
Nessuno gli aveva mai parlato davvero. Nessun coetaneo si era mai seduto accanto a lui per ridere, confidarsi, scambiarsi piccoli segreti.
Ogni suo movimento era seguito da occhi carichi di rispetto e timore.
Ma il rispetto non era affetto. E il timore non era amicizia.
“Forse è il mio carattere. Dicono che sono chiuso, ma io non mi sento chiuso… sono solo riservato. Fedele ai miei doveri. Io… ci credo nell’amicizia. Ma chi ha il coraggio di avvicinarsi a me? Dovrebbero provarci loro a essere nella mia situazione,” pensava amaro, lo sguardo sempre fisso al cielo.
Quando il sole sparì sotto l’orizzonte, l’aria si fece blu, fredda, rarefatta.
Lan Zhan vi si perse.
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Quella notte, il sonno giunse inquieto.
Il sogno prese forma lentamente: il sole sorgeva, tondo e solitario nel cielo d’alba. Lui era lì, alla finestra della sua stanza, lo sguardo perso.
Chip, chip, chip.
Un trillo insistente, troppo allegro per quell’ora del mattino.
Lan Zhan socchiuse gli occhi, infastidito.
Là, tra i rami del pruno fuori dalla finestra, saltellava un uccellino azzurro. Il piumaggio scintillava sotto i raggi del sole nascente, e sulla testa — come una pennellata di fuoco — un ciuffetto rosso ondeggiava ad ogni movimento vivace della testolina.
“Che importuno…” sussurrò Lan Zhan, e agitò una mano per scacciarlo.
Ma l’uccellino non si mosse. Anzi, parve più vivace. Con una grazia impudente, volò sul davanzale e da lì lo fissò. Il ciuffo rosso vibrava come una fiamma, pendendo prima da un lato, poi dall’altro, mentre il piccolo capo si muoveva incuriosito, incurante del cipiglio severo del giovane Lan.
Lan Zhan rimase immobile. L’uccellino gli si avvicinò saltellando, e lui — senza davvero pensarci — tese una mano. Le zampette leggere si posarono sulle sue dita.
Lo osservò con stupore. Era come se quella creatura fosse tutto ciò che lui non era: irriverente, allegra, chiassosa, imprevedibile. Eppure… indossava i suoi stessi colori: il blu. Ma che contrasto! Il suo, un blu di ghiaccio e giada. Quello dell’uccellino, un blu brillante, come l’acqua di un lago in estate.
“Da dove vieni?” si chiese Lan Zhan, scrutandone le piume azzurre. Non gli pareva di averlo mai visto nei cieli di Gusu.
“Forse vieni da lontano, da un posto dove i giovani possono ridere, correre, sbagliare senza sentirsi persi.”
Lui serio, rigido, silenzioso.
L’uccellino ciarliero, impertinente, leggero.
Il ciuffetto rosso si mosse ancora, come rispondendo ai suoi pensieri. Un piccolo chip, come una risata.
Lan Zhan sorrise. Rara cosa, per lui.
“Allodola… tu che sei tanto audace… vuoi restare qui con me?” Ma subito tornò serio. “No. Saresti un peso. Sporco. Rumoroso. Fastidioso. E poi… io non ho tempo. Ho doveri.”
Il ciuffetto rosso si arruffò. L’uccellino parve contrariato. Saltò via dalla mano, aprì le ali con un gesto largo e sfacciato — quasi a canzonarlo — poi, con un ultimo trillo, volò via.
Lan Zhan era rimasto, ancora una volta, solo.
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Fu svegliato prima dell’alba dal vociare. Voci giovani, risate, passi leggeri sulla ghiaia dei cortili. Ancora immerso nei suoi pensieri, si tirò su a sedere.
“È vero… è oggi. Sono arrivati i nuovi allievi dei clan.”
I migliori tra i giovani coltivatori. Era stato il clan Lan ad accoglierli per un ciclo speciale di studi. E sì, anche a lui, Lan Zhan, era stato chiesto di partecipare. Per “dare il buon esempio”, aveva detto lo zio.
Si alzò, con movimenti silenziosi, e si avvicinò alla finestra. In basso, nel cortile, un gruppetto di ragazzi stava passando diretto ai dormitori. Uniformi dai colori diversi, voci vivaci, gesti amichevoli.
Lan Zhan li osservò, per un momento senza biasimo. In fondo, erano ragazzi. Forse non così diversi da lui, ma più liberi.
E poi… vide lui. Un giovane dal viso luminoso, occhi vivaci e un sorriso sfacciato. I capelli neri legati in una coda disordinata, fermata da un nastro rosso acceso.
Un’allodola mattutina.
Così lo pensò d’istinto. E subito, come un lampo: l’uccellino del sogno!
Il cuore di Lan Zhan ebbe un sussulto.
“Meglio tenerlo d’occhio… troppo rumoroso. Troppo diverso.” “…Troppo interessante.”
Il chiacchiericcio si affievolì. I ragazzi sparirono oltre i sentieri bianchi.
Lan Zhan si voltò, tornò nel letto, si avvolse nella coperta leggera.
Fuori, il sole stava per sorgere, solo.
E ancora una volta, anche lui si sarebbe alzato, solo.
Ma forse… forse non sarebbe
(Roberta Arrigoni-Valentine)