IN UN BRILLIO ARGENTATO. TU. - FanArt Tian Guan Ci Fu
Illustrazione fan art di Xie Lian con la farfalla argentata di Hua ChengIllustrazione fan art di Xie Lian con la farfalla argentata di Hua Cheng che ha ispirato una fanfiction di Roberta Arrigoni-Valentine realizzata in occasione del suo compleanno
Fanfiction "IN UN BRILLIO ARGENTATO. TU." di Roberta Arrigoni-Valentine
Un’illustrazione nata per omaggiare Xie Lian nel giorno del suo compleanno (personaggio protagonista di HOB / Tian Guan Ci Fu / Heaven Official Blessing / La Benedizione dell’ufficiale divino di Mo Xiang Tong Xiu)
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IN UN BRILLIO ARGENTATO. TU.
Fanfiction ispirata a TGCF
Buon compleanno Xie Lian!
Illustrazione di Elisabetta Tomasin
Testo di Roberta Arrigoni
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Il sole calava lento, come se fosse troppo esausto per congedarsi da quel mondo stanco. Le ultime luci dell’oro bruciato filtravano tra le fronde degli alberi, disegnando tremuli arabeschi sulle pietre consunte del pavimento.
Il Tempio delle Castagne taceva nella sua fragile solitudine. Eppure anche oggi, una figura bianca si muoveva al suo interno — silenziosa, discreta, come se il mondo intero potesse crollare e lui non si sarebbe voltato.
Xie Lian teneva in mano una scopa fatta di rami intrecciati. Le foglie secche frusciavano sotto i suoi gesti, lenti, circolari. Non c’era alcuna urgenza. Solo quel movimento misurato, come se stesse eseguendo un rituale sacro, oppure tentando — invano — di pulire il tempo dai ricordi soverchianti.
L’aria odorava di muschio e legno. Qualche ramo spezzato, una ciotola dimenticata da una divinità malinconica, un’anta che cigolava al vento. Tutto era impregnato di una quiete innervosita dall’assenza.
Un passerotto cantò da qualche parte. Nessuno rispose.
Xie Lian si fermò, il manico della scopa tra le dita, e chiuse gli occhi un istante. Il silenzio non lo disturbava. Anzi, era diventato parte della sua casa.
Ma in quella calma immobile, tra una foglia e l’altra, cominciavano a riemergere i pensieri — quelli che, durante il giorno, cercava di accantonare con le mansioni più umili, più semplici. Quelli che tornavano sempre, come la polvere sulle statue. Come la pioggia dopo il sole.
“Se nessuno crede in me… sono ancora degno di essere un dio?”
Il vento passò lieve e Xie Lian riaprì gli occhi.
Il legno della scopa cigolò sotto la pressione della sua mano. Una foglia roteò a mezz’aria prima di cadere, leggera come una resa sul gradino davanti a lui. Non la spazzò via subito. La osservò, come se quella piccola cosa potesse offrirgli una risposta che nemmeno gli dèi avevano saputo dargli.
Xie Lian si sedette sul bordo della scalinata, il corpo eretto ma gli occhi bassi, persi nel vuoto. La sua veste bianca si allargò come un’onda quieta intorno a lui. Le mani giunte, ferme sulle ginocchia, sembravano troppo leggere per contenere ottocento anni di memoria.
Il silenzio ascoltava i suoi pensieri .
“Quando ero giovane credevo che bastasse voler salvare il mondo per riuscirci. Che la bontà fosse un’armatura. Che l’amore fosse invincibile.”
Un sorriso amaro gli sfiorò le labbra. “Quanto ero ingenuo.”
Chiuse gli occhi.
Vedeva ancora le fiamme della capitale. Il popolo che lo acclamava, poi lo tradiva. Il cielo che lo accoglieva, e poi lo lasciava cadere. Due volte. Senza pietà.
“Ho dato tutto,” mormorò. “E in cambio, ho perso altrettanto.”
Il vento si alzò, accarezzando i suoi capelli lunghi, sciolti sulle spalle.
“Mi sono aggrappato alla bontà come un naufrago a un relitto. Ma la verità… è che a volte la bontà non salva. A volte logora. Corrode. Consuma.”
Una pausa.
“…A volte fa più male che bene.”
Aprì gli occhi. Lo sguardo era limpido, ma stanco. Quel tipo di stanchezza totale che può venire solo dal cuore — da un cuore che ha amato troppo, perdonato troppo, sperato troppo.
“Mi chiedo…” Si voltò lentamente, guardando il cielo che arrossava. “…cosa resta di me ora, ora che nessuno crede più in me?”
Un respiro lungo, profondo, tagliato dalla malinconia.
“Se anche gli dèi si sono voltati, se la mia gente non ricorda il mio nome… …ha ancora senso continuare a esistere?”
La scopa era caduta silenziosa a terra, dimenticata.
“Chi sto cercando di proteggere, se il mondo stesso mi rifiuta? Chi mi restituirà mai ciò che ho perso?”
Le sue dita si intrecciarono. Piccoli tremiti invisibili, come foglie al primo freddo.
“…O forse il punto non è ricevere.” Lo sguardo si abbassò sul pavimento, sulle crepe nel legno. “Forse il punto è capire perché continuo. E se davvero vale ancora la pena questa testarda solitudine.”
Una luce improvvisa — tenue, argentata — lo interruppe.
Un battito d’ali.
Una farfalla.
Piano, senza fretta, danzava nell’aria davanti a lui. I suoi contorni brillavano di una luce che non apparteneva a questo mondo. Sembrava fatta di vento e nebbia, di sogni e promesse segrete.
Xie Lian la guardò.
Ali sottili come bruma, bordate d’argento. Nessun battito d’ali udibile, solo il lieve fruscio dell’aria che le si faceva da parte per lasciarla passare.
Planò lentamente, tracciando curve nell’oro del tramonto.
Xie Lian rimase immobile: qualcosa in quella creatura gli parlava — non con parole, non con pensieri, ma con una presenza.
Quando la farfalla sfiorò il dorso della sua mano, fu come se il tempo smettesse di scorrere.
Lui sollevò appena la testa.
“…Sei qui per portarmi via?”
La voce era calma, ma stanca. Come se si fosse abituato all’idea che nulla restasse mai a lungo. Nemmeno lui stesso. Forse era arrivato il suo momento.
La farfalla non rispose. Continuò a librarsi, lenta, paziente.
Xie Lian osservò il suo volo, come si guarderebbe un sogno troppo fragile per essere toccato.
“Forse non sei reale,” disse. “Forse sei solo un frammento della mia mente… …o una misericordia che il cielo si è dimenticato di negarmi.”
Si chinò leggermente, porgendo il palmo aperto. La farfalla vi si posò, leggera come un sospiro. Il contatto era appena percettibile, ma sufficiente a riempirlo di una calma che non ricordava da secoli.
“Non parli, eh?” Un sorriso, piccolo, stanco ma sincero. “Meglio così. Sono stanco delle parole. Dei giudizi. Delle preghiere a vuoto.”
Chiuse le dita con delicatezza, formando una conca intorno all’essere.
“Non mi chiedi chi sono? Se ho un nome? Cosa e quanto ho perso? O quante volte ho fallito? Non mi chiedi nulla? Forse non ti interessa nemmeno. Vuoi restare qui e basta.”
Fece una pausa. Guardava la farfalla come si guardano i segreti portati dalla notte.
“…Forse è questo che volevo, in fondo. Qualcuno che non scappasse. Che non avesse aspettative. Solo una presenza silenziosa.”
Il sole si abbassava, tingendo i bordi del mondo di rame liquido.
“Non so chi tu sia,” sussurrò. “Ma se sei venuta a tenermi compagnia, anche solo per un momento, grazie.”
Il vento si alzò, e la farfalla riprese il volo. Girò intorno a lui una volta, poi un’altra, come un saluto lieve. Poi si diresse altrove.
Xie Lian la seguì con lo sguardo.
La farfalla si mise a sorvolare il cortile con movimenti lenti, misurati.
Xie Lian la osservava in silenzio.
Fu allora che lei virò, puntando verso un angolo dimenticato del giardino del tempio. Un vecchio vaso incrinato, dimenticato tra le radici contorte di un albero vecchio e spossato. Dentro, vi fioriva un piccolo e bianco fiore selvatico — piegato dal vento, ma ancora vivo.
La farfalla vi si posò.
Xie Lian si avvicinò. Si accovacciò, fissando il fiore, le sue radici strette nella terra secca del vaso.
“Nonostante tutto, sei attecchito qui. E vivi per te, senza che nessuno si aspetti chissà cosa, da te.”
La farfalla si alzò di nuovo in volo. Stavolta danzò nell’aria, disegnando una spirale ampia.
Un soffio di vento mosse i rami sopra di loro. Una foglia si staccò. Cadde, ma non in linea retta. Vorticava, girava su se stessa, come se si rifiutasse di toccare terra troppo presto.
Xie Lian la seguì con gli occhi.
“Lo so, avresti voluto rimanere salda a quell’albero,” disse, piano. “ Ma sai che dovrai cadere a terra prima o poi. La tua è una resa aggraziata”.
La farfalla planò verso l’interno del tempio. Si fermò su una ciotola rotta. Lucida. Pulita.
Xie Lian la riconobbe. Una delle poche cose che si ostinava a lavare ogni giorno, nonostante non servisse più a nulla. Spaccata da tempo. Inutile. Ma ancora presente. Ancora curata.
“Una ciotola che non può più contenere nulla… e io continuo a tenerla con me.”
Si sfiorò le mani, coperte da calli sottili.
“Come me. Ho dato, ho dato fino a svuotarmi. Ma a che serve la bontà… se finisce per consumare tutto ciò che siamo?”
Silenzio.
La farfalla aprì le ali. Le sue venature sembravano fatte di fili d’argento. Sembravano crepe in cui si rifletteva la luce. Come se contenesse dentro di sé qualcosa che era stato rotto, ma non distrutto.
Xie Lian la guardò a lungo. Poi, in un sussurro:
“Anche tu hai imparato a dire ‘basta’? Non per egoismo, ma per rispetto verso di te?”
La farfalla si sollevò in volo ancora una volta, avvolgendolo nel suo giro leggero. E stavolta Xie Lian allungò la mano. Solo per accompagnarla. Come si accompagna un pensiero che finalmente trova pace.
Il sole era ormai basso. Le ombre degli alberi si allungavano assonnate sul terreno screpolato.
Xie Lian ritornò a sedersi sui gradini del tempio, le mani intrecciate in grembo. Il vento tiepido gli passava tra i capelli, carezzandogli le guance con una tenerezza che gli parve familiare.
La farfalla argentata, dopo aver fluttuato per qualche istante nell’aria dorata, si posò piano sul tessuto consunto della sua veste. Poi, lentamente, salì. Fino al suo petto.
Si fermò lì. Proprio sopra il cuore.
Xie Lian abbassò lo sguardo, colto di sorpresa da quel gesto. Sorrise, ma era un sorriso opaco, scavato da troppa stanchezza.
“Porto questo peso da troppo tempo,” mormorò. “La corona del Principe Ereditario… le grida del popolo… le promesse che non ho saputo mantenere. Ogni scelta che ho fatto è stata per gli altri. Ogni errore, invece, l’ho fatto da solo.”
La farfalla mosse le ali, lente, come un respiro.
“Non so più se voglio continuare a portare il mondo sulle spalle.” La sua voce tremò. “Forse non ho più la forza. Forse, non l’ho mai avuta.”
Il silenzio si fece profondo, denso, come uno spazio sacro. Anche gli uccelli smisero di cantare.
La farfalla si spostò lievemente accanto al cuore. Quasi a dirgli: non devi portarlo da solo.
E in quell’attimo — così piccolo da poter sembrare un respiro tra due battiti — Xie Lian comprese.
Forse il problema non era il peso dei ricordi e delle sue ingenuità. Era il modo in cui lo portava. Da solo. Sempre da solo.
Chi ha detto che la bontà deve essere solitudine?
“Forse,” sussurrò, “non devo salvare per forza tutti.”
Alzò gli occhi verso l’ultimo riflesso del tramonto, intrappolato tra i rami nudi degli alberi
“Forse… devo solo scegliere con chi camminare.”
La farfalla restò immobile. Come se, in quel momento, stesse trattenendo il fiato con lui.
“Chissà,” continuò, appena più forte, “se là fuori esiste qualcuno disposto a camminare con me…”
La farfalla si alzò in volo. Fece un unico, lieve giro sopra di lui. Poi si allontanò, danzando verso l’ombra del bosco.
Xie Lian la seguì con lo sguardo. E qualcosa, dentro di lui, si aprì ad una possibilità.
La farfalla stava per sparire nel crepuscolo, ma d’improvviso si fermò.
Con un battito lento, preciso, tornò indietro. Davanti a lui, danzò nell’aria disegnando cerchi, curve, linee che sembravano obbedire a una logica invisibile.
Per un istante, nel riverbero dorato della luce morente, le sue ali argentate lasciarono una scia. E nella scia… quasi una figura. Un’ombra. Un volto sfocato. Un sorriso troppo bello per non essere reale, troppo intimo per essere immaginato.
Xie Lian trattenne il fiato. Un brivido gli attraversò la schiena.
Poi la farfalla si librò in alto, e scomparve tra le foglie. Come un segreto che non si può ancora afferrare. Come una promessa appena intuita.
Xie Lian rimase immobile.
I rami degli alberi si muovevano appena, ma sembravano arcuarsi su di lui. Il mondo non era cambiato affatto. Ma qualcosa, dentro di lui, sì.
Guardò il cielo che andava spegnendosi, e con voce quieta, come se parlasse al vento:
“E se… ci fosse davvero qualcuno? Qualcuno che non mi ha mai lasciato solo?”
Fece un piccolo passo avanti, come se camminasse verso un tempo che non conosceva ancora. Le mani lungo i fianchi, il cuore esposto.
Poi, sorridendo appena — con la malinconia di chi ha perduto tutto e tuttavia spera ancora:
“Non so se sei solo un sogno. Ma se tu esistessi davvero…”
Forse — un giorno — sarebbe arrivato qualcuno.
Qualcuno che lo aveva già scelto.
Già amato.
In silenzio, da lontano.
(Roberta Arrigoni-Valentine)